OBBEDIENZA DEL SANTO
1662 106. Non solo volle essere soggetto al ministro
generale, ma anche ai ministri provinciali. Infatti, in qualunque
provincia soggiornasse o percorresse predicando, obbediva
al ministro dl quella provincia. Più ancora, a maggior
perfezione di umiltà, lungo tempo innanzi alla sua
morte, disse una volta al ministro generale: «Voglio
che tu affidi la cura che hai di me ad uno dei miei compagni.
Gli obbedirò come a te stesso: ché per il buon
esempio e la virtù dell'obbedienza io voglio che tu
resti sempre con me, in vita e in morte».
E da allora fino al suo trapasso ebbe sempre come suo guardiano
uno dei compagni; e gli obbediva in luogo del ministro generale.
1663 Altra volta ebbe a confessare ai compagni: «Tra
le altre grazie, l'Altissimo mi ha largito questa: obbedirei
al novizio entrato nell'Ordine oggi stesso, se fosse mio guardiano
come si trattasse del primo e più attempato dei fratelli.
Invero, il suddito non deve considerare nel prelato l'uomo
bensì Colui per amore del quale si sottomette a un
uomo».
Disse pure: «Non ci sarebbe un prelato nel mondo intero,
temuto dai sudditi e fratelli suoi quanto il Signore farebbe
che io fossi temuto dai miei frati, qualora lo volessi. Ma
l'Altissimo mi ha donato questa grazia: sapermi adattare a
tutti, come fossi il più piccolo frate nell'Ordine».
Abbiamo visto con i nostri occhi ripetute volte, noi che siamo
vissuti con Francesco, la verità di questa sua affermazione.
A più riprese, quando taluni frati non lo sovvenivano
nelle sue necessità, o gli veniva rivolta qualche parola
che produceva agitazione, subito il Santo si ritirava a pregare.
E tornandone, non voleva ricordare lo sgarbo, col dire: «Quel
frate mi ha trascurato!», oppure: «Mi ha detto
questa parola».
E quanto più si avvicinava alla morte, tanto più
si preoccupava di vivere e morire in tutta la perfezione dell'umiltà
e della povertà.